Francesco Pannofino: «Io vendo le emozioni»

È l’italiano dalle origini straniere, almeno sul grande schermo; in Boris il regista René Ferretti, quello che, per fare in fretta, invitava gli attori a fare le scene “alla ca…o di cane”. Francesco Pannofino dà prova del suo talento con progetti audaci che spaziano dalla recitazione alla narrazione di eventi, dai documentari tivù ai programmi d’intrattenimento. Alla continua ricerca di nuove sfide umane e artistiche per “vendere” emozioni.

Il primo ruolo importante arriva a quasi cinquant’anni. L’idea che si potesse far bene, sia il doppiatore, sia l’attore, non era ancora contemplata.

«Io facevo l’attore anche prima di Boris, poi con Boris è arrivato il successo. Meglio tardi che mai! Molti miei colleghi doppiatori, bravissimi, che sarebbero bravissimi anche come attori, non ci pensano proprio a uscire dalla stanza del doppiaggio.»

Quello del doppiatore è un mestiere complesso, bisogna avere un’attitudine particolare. È necessario il talento che ogni attore deve avere, ma anche una forte capacità di vivere ed interpretare le emozioni…

«… Accanto a questo il doppiaggio ha una componente tecnica importante, spesso ignorata, che è costituita dalla gestione del lip sync e l’impostazione della voce. Si tratta di un’arte a cavallo tra altre arti: il teatro, il canto, la fonoacustica. Molti tecnicismi si devono imparare sul campo. Non esiste una scuola che possa formarti in maniera definitiva, è sempre come se fosse un lungo tirocinio.»

Nella storia personale di Francesco Pannofino, un percorso professionale cominciato con l’incoscienza dei vent’anni.

«Se avessi saputo allora tutta la trafila che mi aspettava, non lo so se l’avrei fatto. Ma a vent’anni è giusto avere una dose di incoscienza e provarci. Quando si è giovani, anche se una cosa non dovesse andar bene, c’è sempre la possibilità di un piano B.»

Da chierichetto intento a leggere gli atti degli apostoli e al militare a fare lo speaker al carosello di piazza di Siena. Chi l’avrebbe mai immaginato che un giorno sarebbe riuscito a vivere di parole!?

«Lo speravo! A quell’età desideri che il lavoro non ti abbandoni mai, e comunque ero a mio agio a prendere un copione e cercare di far vivere il personaggio che mi assegnavano. È un mestiere che mi è sempre piaciuto. Si continua un po’ a giocare, anche se poi diventa un lavoro faticoso.»

Un po’ di fortuna, la costanza, quel coraggio di cogliere le opportunità e… tanta bravura.

«Sì, ma se lo dico in giro, mi portano in una clinica psichiatrica. Se sono bravo, lo lascio dire agli altri! Io mi impegno, cercando sempre di dare il massimo.»

Denzel Washington, George Clooney, Kurt Russell, Jean-Claude Van Damme, Antonio Banderas, Daniel Day-Lewis, Wesley Snipes, Philip Seymour Hoffman… Con quelle sue voci ci fa ridere, commuovere, indignare.

«Cerco di fare in italiano quello che loro hanno fatto in inglese; cerco soprattutto di trasmettere le stesse emozioni. Solo così il pubblico non avvertirà che il film è stato doppiato. E questo vorrà dire che il trucco è venuto bene.»

Con alcuni di quei personaggi si è instaurato un legame parentale, diventando praticamente congiunti.

«Con Denzel e George si può quasi dire che siamo cresciuti insieme. Per me è come se fossero degli amici o dei parenti stretti, dei cugini. Ci sono venuti i capelli bianchi a tutti e tre, anche se in verità io sono quello che regge di più. George è quello che ha ceduto prima (ride).»

Figlio di genitori baresi originari di Locorotondo, un’infanzia trascorsa a Pieve di Teco in provincia di Imperia ma naturalizzato romano. Irrimediabilmente affascinato dalla grande bellezza.

«Sto a Roma dal ‘72. Non avevo nemmeno compiuto quattordici anni, quando sono arrivato nella Capitale. Un periodo difficile, la preadolescenza. E poi Roma, anche se ti accoglie bene, perché quando arrivi ti abbraccia, è difficile, complicata. Per un ragazzino come me, con quelle distanze… erano tempi duri.»

Mentre aspetta l’autobus sotto casa per recarsi all’università a sostenere un esame, Francesco Pannofino è coinvolto nella sparatoria di via Fani, l’agguato nel quale viene rapito Aldo Moro e assassinati i cinque uomini della sua scorta. È il 16 marzo 1978.

«Sicuramente è stato uno dei momenti più difficili della mia vita. Ho sentito il suono degli spari del mitra e sono prontamente scappato dalla parte opposta. Non sono stato testimone oculare, non ho visto nessuno! Avevo solo una gran paura. Ho reagito d’istinto e sono fuggito via.»

Non è stato facile dimenticare la fotografia cruenta di quel momento. Dopo anni, scrive un brano intitolato Sequestro di Stato, scelto come colonna sonora del film Patria del regista Felice Farina.

«La musica è una terapia, un linguaggio che può far affiorare aspetti di sé stessi che solitamente sono nascosti. Sono molto fiero di aver composto quel brano, e ogni volta che l’ascolto è come se fosse la prima.»

Tra musica, monologhi, recitazione, è andato in scena “Io vendo le emozioni”. Francesco Pannofino ha portato sé stesso sul palco, mettendo in mostra tutte le passioni e la versatilità che lo hanno reso uno stimato professionista dello spettacolo a 360 gradi.

«Puro intrattenimento fatto di piccole e grandi riflessioni, senza mai prendersi sul serio e cercando, con leggerezza, il partecipato consenso di chi crede che il bicchiere è sempre mezzo pieno (o fa in modo che lo sia).»

Gino Morabito per LiveMedia24

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