Il testamento di Ann Lee, la nostra recensione

L'atteso film di Mona Fastvold: un'occasione mancata di buon cinema

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Mona Fastvold e Brady Corbet 

Nel mese della cerimonia degli Oscar arriva nelle sale un film d’autore: Il testamento di Ann Lee girato dalla regista norvegese Mona Fastvold ( The Sleepwalker 2014, Il mondo che verrà 2020) e scritto a quattro mani assieme al compagno d’arte e di vita Brady Corbet, noto soprattutto per la regia di The Brutalist 2024, vincitore di  tre premi Oscar nell’edizione 2025. Precisamente per il miglior attore protagonista Adrien Brody, la miglior fotografia (Lol Crawley) e la miglior colonna sonora (Daniel Blumberg)

Di seguito la nostra recensione

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Il testamento di Ann Lee, presentato in concorso alla Mostra del Cinema di Venezia 2025, è nelle sale italiane dal 12 marzo 2026 distribuito da Searchlight Pictures. Sicuramente un film prezioso per alcuni aspetti tecnici, girato in 70 mm dalla svedese Mona Fastvold interamente a Budapest, particolarmente atteso per il valore artistico dei due cineasti che sono gli autori della sceneggiatura, interpretato da Amanda Seyfried nel ruolo della protagonista, attrice sempre più versatile ed impegnata nel difficile compito di trasformarsi in un personaggio storico di grande carisma.

 

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Intento buono

Il testamento di Ann Lee è unico nel suo genere, si può quasi definire un musical religioso impreziosito da una bellissima fotografia degli ambienti  illuminati spesso da luci di candele, splendidamente ricostruiti con notevole cura scenografica.

Frutto di una pregevole indagine storica sulla Manchester nella seconda metà del XVIII secolo, porta alla luce il movimento calvinista quacchero degli Shakers, poco conosciuto ai più.  In particolare segue il percorso di Ann Lee, una giovane donna, figlia di un fabbro, destinata ad una vita semplice di moglie devota e madre forzata. Particolarmente religiosa, viene affascinata dal movimento degli Shakers, una setta di calvinisti quaccheri che esprimevano con danze, canti ossessivi e grida convulse la loro fede e vicinanza alla spiritualità divina.

Dopo l’esperienza di 4 maternità finite in modo tragico, Ann Lee matura la forte convinzione che la vicinanza a Dio avviene solo con la castità ed il duro lavoro. Dotata di grande carisma e sensibilità religiosa vissuta con totale coinvolgimento, diviene una leader, una MADRE ritenuta l’incarnazione femminile di Cristo, presto seguita da numerosi proseliti, affascinati dalla sua predicazione.

Perseguitata, per la peculiarità del suo forte messaggio ritenuto eccessivo, roboante e troppo provocatorio, fugge con pochi fedelissimi verso il Nuovo Mondo alla ricerca di spazi aperti dove poter insediare una comunità autosufficiente, libera di manifestare il proprio credo e stile di vita.

La regista così commenta la sua opera

 

Esito incerto

E sono 130 i minuti de Il testamento di Ann Lee, forse un po’ troppi per una sceneggiatura lineare che non brilla per intensità ed elaborazione stilistica. Tutta la pellicola è accompagnata da una voce narrante che colma i passaggi tra i diversi piani temporali ma toglie la magia di una struttura che poteva riservare allo spettatore qualche colpo di scena che purtroppo non c’è. Sembra che l’esperienza della scrittura filmica di The Brutalist appartenga ad un altro pianeta e si spenga in una piatta linearità, poco consona a risvegliare lo spettatore, costantemente immerso nella ritualità roboante ed ossessiva delle attività canore di Ann  Lee.

Nell’esercizio della predicazione, Madre non si scoraggia davanti a nulla, subisce le avversità, le persecuzioni con la forza spirituale di una martire, pregna delle sue folgorazioni e visioni, nei suoi riti, si affida a Dio in modo totalizzante con un atteggiamento che sfiora il delirio ed il fanatismo. Il film è dunque la costante esposizione sonora delle pratiche religiose Shaker che prendono il sopravvento in modo ossessivo sulla bellezza delle immagini.

L’interprete Amanda Seyfried nel ruolo di Ann Lee canta e balla con grande trasporto e bravura, alle prese con un’ interpretazione di un personaggio intenso ed impegnativo,  ben lontano  dalla leggerezza del film Mamma Mia.

Tuttavia l’attrice, sempre più matura dal punto di vista artistico, non basta a salvare la pellicola dalla pesantezza che la accompagna, soprattutto nella seconda parte quando viene meno lo stupore per la novità della materia e scema l’interesse per la bellezza degli artifici scenografico  registici.

Ann Lee poteva essere esplorata da un altro punto di vista, mettendo meno in risalto il delirio religioso, per sottolineare il difficile cammino delle donne verso l’emancipazione del loro ruolo, così abbruttito dalle maternità imposte e dagli assurdi obblighi coniugali.

Dunque

Talvolta il cinema autoriale dovrebbe ridimensionare l’esercizio stilistico privilegiando la forza del messaggio e la piacevolezza della visione.

Dai due noti e grandi cineasti, ci si può aspettare qualcosa di più riuscito.

Emma Borella per http://LiveMedia24.com

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