Leo Pesci: l’incoerenza dell’essere umano

Un nuovo progetto discografico per Leo Pesci, un grande ecosistema in cui portare non solo la sua musica ma anche alcune forti interazioni.

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LiveMedia24 incontra l’artista Leo Pesci in occasione dell’uscita del suo ultimo progetto discografico, “Unsapiens”.

Una fotografia della società, questo progetto, qualcosa atto a raccontare l’uomo dei nostri giorni.

Vi lasciamo a questa nostra intervista, alle parole dell’artista, al suo modo di vedere la musica.

Ti ringraziamo per aver accolto il nostro invito, Leo Pesci. “Unsapiens” è il titolo del tuo nuovo disco. Un progetto che vuole andare ad esplorare le contraddizioni insite nella società. Come si è sviluppato esattamente il tutto?

Unsapiens nasce lentamente, nell’arco di due o forse anche tre anni. Non è un disco che ho ‘deciso’ di fare a tavolino: è il risultato di anni di osservazione e di vita vissuta, soprattutto lontano da casa. Dopo aver vissuto a Buenos Aires e poi in una metropoli come Londra, mi sono trovato davanti in modo molto chiaro alle contraddizioni dell’uomo moderno: siamo iper-produttivi, iper-connessi, ma profondamente soli e disorientati. A un certo punto ho capito che tutti i brani che stavo scrivendo ruotavano attorno allo stesso nodo: l’incoerenza dell’essere umano, che si definisce sapiens ma continua a distruggere sé stesso, gli altri e il proprio pianeta. Da lì il titolo Unsapiens, una parola che mette in discussione la nostra specie, chiamata Homo sapiens da Charles Darwin. Musicalmente il disco si è sviluppato come un flusso libero: groove, parole, immagini, denuncia e sarcasmo.

Tante le collaborazioni presenti nel tuo disco. A cosa dobbiamo ciò?

Le collaborazioni non sono una strategia, ma una conseguenza naturale del mio modo di intendere la musica. Unsapiens è un album corale, perché credo che oggi più che mai il racconto della realtà non possa essere individuale. Ho voluto coinvolgere artisti che rappresentano una scena viva e autentica, soprattutto quella soul partenopea contemporanea. Intendo ciò come scena soul, anche se in Italia verrebbe etichettata in modo un po’ sbrigativo come ‘indie’. Non cercavo nomi, ma artisti con una storia, una voce, un vissuto reale. Unsapiens è una fotografia collettiva, una comunità che si racconta attraverso la musica. Sullo sfondo c’è l’irrequietezza di una generazione a cui sono state tolte molte opportunità e consegnato un futuro che, spesso, sembra quasi non esistere.

Come ha preso forma la tua passione per la musica e quali palchi vorresti poter calcare in futuro?

A casa la musica c’è sempre stata, a partire da Pino Daniele, la canzone napoletana, il jazz. Crescendo ho capito che la musica non era solo intrattenimento, ma un linguaggio potentissimo per leggere il mondo e prendere posizione. Nel tempo ho attraversato generi, esperienze e città diverse, e ogni passaggio ha lasciato un segno nel mio suono. Oggi sogno palchi dove esista un ascolto vero, luoghi in cui la musica non sia solo consumo ma esperienza: festival attenti, teatri, club dove il pubblico è disposto ad ascoltare davvero. Per citare ancora una volta il caro James Senese, ho a cuore la musica, non il fumo.

Chi è Leo Pesci, quali passioni ti caratterizzano?

Leo Pesci è una persona curiosa, spesso inquieta, che usa la musica per provare a dare un senso alle cose. Sono profondamente interessato all’antropologia, alla paleontologia e alla politica intesa come responsabilità collettiva, non come teatrino o novela da tabloid. Amo il groove, ma amo ancora di più ciò che il groove può veicolare. Mi affascina tutto ciò che mette in crisi le certezze: confini, etichette, dogmi. Unsapiens nasce proprio da questo bisogno di non accettare passivamente la realtà così com’è.

Cosa possiamo aspettarci dal tuo futuro artistico?

Sicuramente continuità, ma spero non ripetizione. Unsapiens apre un nuovo capitolo del mio percorso: più libero, più collettivo, più radicale. Sto già lavorando a nuovi progetti, tra cui una serie di mixtape pensati come spazi di sperimentazione e incontro tra artisti diversi. Del resto, è sempre stato questo il senso dei miei progetti musicali. Voglio continuare a costruire comunità attraverso la musica, senza perdere il contatto con le radici e restando aperto al cambiamento. Se c’è una cosa che voglio portarmi dietro è questa: la musica come atto di responsabilità, non come decorazione da TikTok.

Alessia Giallonardo per LiveMedia24

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