Il Digital Strategist è il traduttore del CEO
Intervista a Ivan Bosnjak, digital strategist e imprenditore
Nel digitale, spesso, il problema non è la mancanza di strumenti. È la mancanza di traduzione.
Il CEO parla in obiettivi, vincoli, priorità, rischio. Il team operativo parla in canali, contenuti, sprint, task. In mezzo si perde tutto: focus, coerenza, misurabilità.
Ivan Bosnjak, digital strategist e imprenditore, lavora proprio su quel confine.
Non come “uomo delle ads” o “esperto di social”, ma come figura che prende ciò che l’imprenditore ha in testa (e spesso non riesce a mettere in ordine) e lo trasforma in un sistema governabile: decisioni, roadmap, KPI, responsabilità.
Questa intervista nasce da una domanda semplice: che cosa fa davvero un digital strategist oggi, quando serve sul serio?
“Partiamo da qui: cos’è un digital strategist, senza definizioni da LinkedIn?”
Intervistatore: Ivan Bosnjak, se dovessi spiegare il tuo lavoro in modo comprensibile a un CEO, cosa diresti?
Ivan Bosnjak: Direi che il digital strategist è un “traduttore”. Traduce l’intenzione del CEO in un percorso praticabile. E traduce i dati del mercato e dei canali in decisioni aziendali.
Quando un imprenditore mi dice “voglio crescere”, io non lo prendo come una richiesta generica. Lo prendo come un lavoro di traduzione: crescere cosa, con quali margini, con quali vincoli, in quale finestra temporale, con quale livello di rischio accettabile. Se non chiarisci questi punti, il digitale diventa una macchina che produce attività, non risultati.
“Perché oggi tante aziende fanno digitale, ma non stanno davvero trasformando nulla?”
Intervistatore: Molte aziende investono: sito, social, campagne, newsletter. Eppure restano ferme. Perché?
Ivan Bosnjak: Perché scambiano il movimento per progresso. Nel digitale è facilissimo riempire la settimana di task e sentirsi produttivi. Il punto è: quelle attività sono collegate a un obiettivo misurabile o sono solo rumore?
Il secondo problema è che si tende a partire dai canali. “Facciamo ads”, “apriamo TikTok”, “rifacciamo il sito”. Io parto dal sistema. Se il sistema è fragile, il canale amplifica la fragilità. Se il sistema è solido, allora sì, il canale diventa leva.
E il terzo problema è culturale: molte aziende non decidono. Rimandano. Restano in una zona grigia dove tutto è “da migliorare” e nulla è prioritario. La strategia serve a togliere ambiguità.
“Come si traduce un obiettivo del CEO in una strategia concreta?”
Intervistatore: Ok, traduzione. Facciamola pratica. Hai un metodo mentale?
Ivan Bosnjak: Sì. Il mio lavoro, all’inizio, è restringere il campo e mettere ordine. Io faccio tre passaggi.
Primo: trasformo l’obiettivo in una definizione operativa. “Aumentare fatturato” non significa niente se non dici da dove deve arrivare e cosa deve cambiare: più clienti? ticket più alto? maggiore frequenza? espansione geografica? nuovi canali?
Secondo: individuo la frizione principale. Ogni azienda ha una frizione che, se risolta, cambia la traiettoria. Il mio lavoro non è trovare dieci problemi. È trovare quello che blocca tutto il resto.
Terzo: costruisco una sequenza. La strategia non è una lista di cose da fare, è un ordine. Cosa viene prima, cosa viene dopo, cosa non facciamo. Qui si vede se uno strategist è utile oppure no: nella capacità di dire “no” con lucidità.
“Quali sono le prime domande che fai a un CEO?”
Intervistatore: Se domani un CEO ti chiama e ti dice “ho bisogno di strategia”, quali sono le domande che gli fai senza perdere tempo?
Ivan Bosnjak: Ne dico alcune che per me sono decisive:
- Qual è il risultato che, se ottenuto, cambierebbe davvero la tua vita aziendale nei prossimi 6-12 mesi?
- Qual è il vincolo che non puoi violare? (margini, cashflow, capacità produttiva, team, reputazione, tempi di consegna)
- Dove senti che si rompe il percorso oggi? (acquisizione, conversione, vendite, delivery, retention)
- Che cosa stai misurando con continuità e che cosa stai solo “percependo”?
- Qual è la decisione che continui a rimandare?
Queste domande servono a una cosa: spostare il dialogo dal “facciamo marketing” al “prendiamo decisioni”.
“Quali output produce un digital strategist, in concreto?”
Intervistatore: Se togliamo storytelling e restiamo sugli output: cosa lasci sul tavolo dopo il tuo lavoro?
Ivan Bosnjak: Se faccio bene il mio lavoro, lascio tre cose.
1) Chiarezza scritta.
Obiettivo, priorità, e soprattutto: cosa non facciamo. Il CEO deve poter guardare un documento e dire “ok, questa è la direzione”.
2) Un sistema di misurazione che ha senso.
Non mille metriche. Poche metriche, giuste, con definizioni chiare. E con una frequenza: cosa guardiamo ogni settimana, ogni mese, ogni trimestre.
3) Una roadmap eseguibile.
Roadmap significa sequenza e responsabilità. Chi fa cosa, in che ordine, con quali milestone. La strategia non può restare una presentazione. Deve diventare calendario.
“La misurabilità sembra ovvia. Perché è ancora il tallone d’Achille?”
Intervistatore: Tutti dicono “data-driven”. Però poi si decide a sensazione. Perché?
Ivan Bosnjak: Perché misurare è scomodo. Ti costringe a guardare la realtà senza alibi. E perché molte aziende confondono “avere dati” con “avere dati affidabili”.
Misurare, per me, è una disciplina. Significa:
- definire cosa è successo davvero (non cosa “pensiamo” sia successo)
- capire perché è successo
- decidere cosa cambia, subito
Se i dati sono confusi, le riunioni diventano teatro: ognuno porta il suo numero e vince chi parla meglio. Quando i dati sono chiari, le riunioni diventano decisioni.
“Il digital strategist è un creativo o un manager?”
Intervistatore: Domanda scomoda: sei più creativo o più manager?
Ivan Bosnjak: Dipende dal contesto, ma ti direi: sono più vicino alla regia. La creatività è fondamentale, ma non è un atto isolato. Deve stare dentro una strategia. Un contenuto bellissimo che non porta a niente è intrattenimento. Un contenuto “giusto” che muove fiducia e decisione è asset.
E sul lato manageriale: uno strategist che non sa orchestrare persone e processi è un teorico. Il digitale è troppo complesso per funzionare a compartimenti stagni. Devi allineare brand, sito, contenuti, advertising, sales, customer care. Se ogni reparto corre in una direzione diversa, il cliente lo percepisce e la conversione crolla.
“Quali errori vedi più spesso quando un CEO prova a fare strategia da solo?”
Intervistatore: Se dovessi scegliere tre errori tipici?
Ivan Bosnjak: Il primo: fare tutto insieme. Il digitale ti invita a moltiplicare iniziative. La strategia ti impone di restringere.
Il secondo: non scegliere una promessa chiara. Se vuoi parlare a tutti, non parli a nessuno. E poi paghi il traffico il doppio perché non converti.
Il terzo: trattare la governance come un optional. La governance è la cadenza con cui decidi. Se non hai rituali decisionali, hai solo reattività. E un’azienda reattiva non scala: rincorre.
“Quando capisci che il CEO è pronto per essere ‘tradotto’?”
Intervistatore: Sembra una battuta, ma è serio. Qual è il segnale che un imprenditore è pronto a lavorare davvero con uno strategist?
Ivan Bosnjak: Quando smette di cercare una soluzione e inizia a cercare una diagnosi.
Quando accetta l’idea che, prima di accelerare, bisogna capire cosa sta frenando.
E quando è disposto a cambiare qualcosa di reale: non solo il sito, ma decisioni, processi, priorità.
La strategia non è una carezza. È un confronto con la realtà. Se uno vuole solo sentirsi dire che sta andando bene, io non servo.
“Una domanda finale: come cambia questo ruolo con l’AI?”
Intervistatore: AI ovunque. Cosa cambia nel lavoro di un digital strategist?
Ivan Bosnjak: L’AI accelera due cose: produzione e analisi. Ma non sostituisce la responsabilità. E non sostituisce la chiarezza.
Se hai un’azienda confusa, l’AI ti aiuta a produrre più velocemente… confusione.
Se hai un’azienda con obiettivi chiari, dati affidabili e governance, l’AI diventa una leva enorme.
Per questo torno sempre al punto: il digital strategist oggi non è quello che “usa tool”. È quello che rende l’azienda capace di decidere meglio. L’AI non è il piano. È un acceleratore del piano.
In sintesi: cosa fa un digital strategist quando serve davvero
Se dovessimo chiudere questa intervista con una frase secca, sarebbe questa: il digital strategist è il traduttore del CEO perché mette ordine tra obiettivi, numeri e operatività.
Ed è anche il motivo per cui, nel 2025-2026, questa figura sta cambiando pelle: meno “marketing” inteso come insieme di attività, più “sistema” inteso come direzione, misurazione e decisioni ripetibili.
Quando questa traduzione funziona, l’azienda smette di rincorrere e inizia a guidare. Quando non funziona, il digitale resta un costo travestito da modernità.


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