L’editoria indipendente veneta nasconde perle rare e la casa editrice indipendente che sto per presentarvi è una di queste: Tracciati Editore.
Vent’anni di libri, incontri e storie. Era il 2006 quando il giornalista padovano Emanuele Cenghiaro decise di trasformare una passione per la scrittura e per il territorio in qualcosa di più concreto. Nacque così Tracciati Editore, piccola casa editrice indipendente inizialmente orientata alla pubblicazione di testi legati al turismo e alla cultura locale.
Abbiamo chiesto a Emanuele Cenghiaro di raccontarci che cosa significhi, dopo vent’anni, continuare a fare editoria indipendente partendo dal territorio.
Emanuele, partiamo proprio da quel 2006. Perché decidere di diventare editore?
«Mi è sempre piaciuto leggere e fin da bambino ho scoperto il piacere della scrittura. Poi è arrivato il giornalismo e, successivamente, l’opportunità di scrivere alcune guide turistiche. Proprio lavorando alle guide mi sono accorto che c’era moltissimo del territorio che mi interessava ma che non poteva trovare spazio in quel tipo di pubblicazione.
Da lì è nata l’idea di realizzare libri che stessero un po’ a metà strada tra il saggio di storia locale e la guida. Il primo è stato Padova al di là delle mura, poi è arrivato Padova e la Grande Guerra. E da lì il percorso è continuato.»
Sono passati vent’anni. Tracciati nasce raccontando soprattutto Padova e il territorio, ma oggi il catalogo è molto più ampio. Che cosa è cambiato?
«Il progetto è nato da una passione, senza sapere esattamente dove mi avrebbe portato. Ed è stato bello anche lasciarsi cambiare dagli incontri e dai progetti arrivati nel tempo.
Un esempio è il lavoro sulla storia. Quando nel 2008 ho scritto Padova e la Grande Guerra non avrei mai immaginato che quel libro avrebbe attirato l’attenzione di persone che si occupavano di ricerca storica. Da lì sono nati altri incontri e altri progetti legati oggi soprattutto alla Seconda guerra mondiale e alla Resistenza, sfociati in particolare in una collana sugli Internati Militari Italiani.»
E quella dedicata alla memoria degli IMI è diventata effettivamente una componente importante del catalogo recente di Tracciati. Solo nel 2026 sono usciti, tra gli altri, il Diario di prigionia di Giovanni Dal Martello (1943-1945) e L’ultimo appello – Gli Internati Militari di Orsomarso nei lager nazisti, quest’ultimo frutto di oltre quattro anni di ricerca sulle vicende di 48 militari del paese calabrese.
Eppure non pubblicate soltanto storia: che cosa deve avere una storia per diventare un libro di Tracciati?
«Quello che mi interessa è che ci sia qualcosa che meriti di essere raccontato. Può essere un’esperienza, una memoria, una vicenda storica, persino qualcosa di apparentemente piccolo.
È uno dei motivi per cui continuo a pubblicare libri: penso che senza quell’esperienza o quel racconto il mondo rimarrebbe privo di un piccolo pezzo che ha comunque la sua importanza. Il nostro lavoro è cercare di dare a quel pezzo la giusta dignità.»
È probabilmente questa la caratteristica che meglio racconta l’evoluzione della casa editrice. Accanto ai testi storici, oggi Tracciati pubblica infatti romanzi e racconti, poesia, autobiografie e diaristica, giornalismo e libri dedicati al territorio.
In vent’anni sarà cambiato anche il rapporto con gli autori. Quanto conta per una piccola casa editrice la relazione umana?
«Moltissimo. Con un autore bisogna costruire un rapporto di fiducia reciproca e per me il cardine è l’umiltà, da entrambe le parti.
Da parte mia significa avvicinarmi con rispetto anche a un testo che magari ha bisogno di molto lavoro, perché un testo può essere migliorato. Dall’altra parte serve un autore disposto ad accogliere osservazioni e suggerimenti e ad aprirsi al dialogo.
Scrivere un libro significa mettersi in gioco non soltanto quando lo si scrive, ma anche quando lo si prepara per essere pubblicato. Nel momento in cui arriva ai lettori, infatti, quel libro diventa un po’ meno nostro.»
È un concetto che Cenghiaro aveva già espresso parlando del rapporto con i propri autori: fiducia, dialogo e disponibilità al confronto vengono prima persino della qualità iniziale del manoscritto, perché il testo può essere lavorato attraverso editing e cura editoriale.
C’è ancora spazio, oggi, per un editore piccolo e fortemente legato al territorio?
«Credo che proprio la dimensione piccola permetta di mantenere un rapporto molto diretto con le persone e con le storie che arrivano. Il territorio, poi, non significa necessariamente raccontare qualcosa che interessa soltanto a chi vive in quel luogo. Una storia locale può parlare di memoria, identità, famiglia, cambiamento. Può partire da un luogo preciso e raccontare qualcosa di universale.»
E poi ci sono gli incontri dal vivo. Tracciati partecipa a fiere e manifestazioni come Badoer Letteraria e, nel prossimo weekend, Libri in Cantina. Quanto sono importanti questi appuntamenti per una casa editrice indipendente?
«Le fiere letterarie sono sia occasioni di proporre i nostri libri senza intermediazioni, e quindi di recuperare qualche cosa in più sui margini sempre più ridotti della vendita di un libro, ma soprattutto un momento di contatto diretto con il pubblico di lettori. La soddisfazione non è tanto vendere un libro, quanto aver potuto spiegare a qualcuno che lo ha preso in mano di cosa parla, la genesi, perché come editore abbiamo scelto di pubblicarlo. La storia che c’è dietro una storia… A volte, devo dire la verità, vedere che uno sceglie un libro senza chiederti nulla, mi lascia deluso: perché lo ha scelto? Per la copertina, il titolo, conosce l’autore? Quindi, lettori, per favore, dialogate con noi che stiamo dietro il bancone! È la soddisfazione più grande… anche se poi non comprate nulla!»
Dopo vent’anni di Tracciati, che cosa riesce ancora a sorprenderti di questo lavoro?
«La cosa più bella rimane vedere un autore o un’autrice orgogliosi della propria opera. A volte si tratta di persone che non hanno particolari ambizioni letterarie, ma semplicemente una storia che desiderano raccontare. Quando quella storia, attraverso l’editing e la cura grafica, diventa un libro del quale essere fieri, per me rimane una grande soddisfazione. Qualche volta durante le presentazioni, conoscendo tutto quello che c’è dietro a quelle pagine, mi capita ancora di commuovermi. Ma normalmente sono in ultima fila e nessuno se ne accorge.»
Ed è forse proprio da quell’ultima fila che si comprende meglio il percorso di Tracciati: una piccola casa editrice che in vent’anni ha allargato il proprio catalogo senza abbandonare l’idea dalla quale era partita: raccogliere le storie delle persone e dei luoghi e fare in modo che non vadano perdute.
Kety Franzolin per LiveMedia24