LiveMedia24 incontra un altro protagonista dello spettacolo messo in scena dal regista Giuseppe Bucci, “In casa con Claude 2.0”, l’attore Enrico Sortino.
L’attore ci ha regalato una sua visione del tutto, annessa alla passione per la recitazione.
Vi lasciamo a questa nostra intervista, alle sensazioni dell’attore.
Ti ringraziamo per aver accolto il nostro invito, Enrico. Come ti sei preparato ad affrontare l’esperienza teatrale di “In casa con Claude 2.0”, in scena fino a qualche giorno fa al Teatro Belli di Roma?
Premetto che lavorare al fianco di una squadra cosi forte mi è piaciuto tantissimo! Ho respirato armonia, voglia di ‘costruire’. Mi sono preparato, anche se questa parola rappresenta un paradosso, scavando dentro di me, grazie al supporto del regista, Giuseppe Bucci. Il mio ispettore non è per nulla un personaggio ‘aperto’, non si mette in discussione. È un uomo quadrato, abitato da regole, gerarchie, certezze sociali. Ha una moglie a casa, la sua routine, e crede davvero di sapere cosa sia il bene e cosa sia il male.
In cosa consisteva, maggiormente, il tuo lavoro?
Ho provato a comprendere il mio personaggio senza giudicarlo, restituendogli la fragilità che possiede, senza trasformarla in una caricatura. In prova, come possibile, cerco soprattutto una struttura: il ritmo, l’autorità, il preconcetto che lo muove. Parliamo di un uomo che non ascolta per capire, ma per trovare il punto in cui incrinare l’altro. La sua è una caccia alla verità ‘utile’, non alla verità ‘umana’.
Quale riscontro hai ottenuto dal pubblico, quale messaggio è stato lanciato?
Non mi aspetto mai nulla dal pubblico, in realtà. Ciò che mi auguro, di volta in volta, è che le persone possano percepire il cortocircuito morale al centro della storia. Da un lato c’è un ragazzo che ha ucciso per amore, interpretato dal mio compagno d’avventura Matteo Santorum, bravissimo attore, dotato di enorme sensibilità; dall’altro un ispettore che, incapace di accogliere la complessità dell’altro, cerca di incastrarlo dentro una categoria sociale: “marchetta”, “drogato”, “delinquente”. Il messaggio, c’è stato: i preconcetti sono un modo comodo per non vedere.
Quali sensazioni sono legate alle tavole del palcoscenico?
Il palcoscenico rappresenta un luogo di esposizione radicale, anche quando interpreto un personaggio che non si espone. Salire in scena significa sempre attraversare una soglia: quella tra il mio respiro e quello del personaggio. L’ispettore è distante da me, ma è proprio in questa distanza che trovo libertà. In teatro tutto è presente, tutto è vivo, e ogni replica può aprire un varco nuovo. È un terreno instabile e bellissimo: un posto in cui il corpo anticipa il pensiero.
Quale ruolo non hai ancora avuto modo di interpretare?
Mi piacerebbe esplorare un personaggio che implode, invece di controllare. Qualcuno che esiste più nel corpo che nella parola. Un ruolo in cui la comunicazione non passa attraverso il linguaggio, ma attraverso la vibrazione fisica delle emozioni trattenute. Tenere un’emozione significa farla pulsare, darle densità; cederle, invece, significa disperderla. Vorrei lavorare su questa tensione interna: l’energia che non esplode, ma rimane compressa, come un respiro sospeso che racconta più di un monologo. Penso a certi lavori teatrali e cinematografici in cui l’attore è presenza pura, come in alcune performance di Pina Bausch per esempio o in personaggi cinematografici alla “There will be blood”, dove il corpo anticipa la parola e a volte la sostituisce del tutto. Mi affascina l’idea di essere in scena senza dover “dire”, ma lasciando che sia il corpo a essere la storia.
Cosa aspettarci dai tuoi prossimi progetti, quali anticipazioni a riguardo?
Attualmente sono alle prese con le riprese di un film internazionale, di cui però non posso ancora rivelare nulla, se non che mi sta portando in un territorio nuovo e molto stimolante. Già dall’inizio del prossimo anno partiranno altri due progetti cinematografici: un cortometraggio diretto da Adriano Ricci e un lungometraggio firmato da Fabio Cillia. Sono lavori molto diversi tra loro e uno di questi mi condurrà in un registro emotivo completamente distante da ciò che sto vivendo adesso sul palco. Una sfida che accolgo con entusiasmo. Parallelamente, con Vucciría Teatro, proseguiremo con nuovi spettacoli: a gennaio saremo in scena a Roma allo Spazio Diamante con gli spettacoli ‘Battuage’ e ‘Immacolata Concezione’ e poi partiremo con un tour nazionale che porterà la nostra ricerca in contatto con pubblici diversi. Insomma, resto sempre in azione. Come mi disse un noto regista ai tempi dell’accademia: ‘Fare! L’importante è fare!’
Alessia Giallonardo per LiveMedia24