In Italia si scrive tanto e si legge poco.
Il problema è che io credo nei libri, nella lettura e – dulcis in fundo – nella scrittura. Credo pure nel talento che tante persone hanno ma che resta nascosto per paura o incapacità di farsi notare.
Quindi non posso non scrivere di libri e delle iniziative culturali del mio territorio: per una che ha deciso di dedicare anima e corpo alla scrittura, è una vocazione a cui non posso rinunciare. È una mia responsabilità, in qualche modo.
Parlare di libri significa tenere viva la coscienza culturale di tutti. Non si può ridurre un romanzo a un post social. La cultura non può ridursi a una cartolina striminzita di poche righe. Raccontare un romanzo, intervistare un autore emergente, segnalare una rassegna significa offrire strumenti per interpretare il passato, il presente e il futuro.
Qualcuno potrebbe essere d’accordo con me, qualcuno no.
Qualcuno potrebbe aprire la cara vecchia diatriba: “Eh, se questi emergenti sapessero scrivere meglio…” oppure ancora: “Io non ho tempo di leggere”. Insomma, ci sarà sempre qualcuno che troverà una scusa, ma questo non giustifica l’allontanamento di massa dalla lettura o dagli eventi culturali in generale. Credo che la gente sia solo diventata pigra in un mondo frenetico. E allora vediamo se riesco a smuoverli, almeno un pochino.
Questa rubrica nasce con questo intento: vorrei creare una comunità attorno alle storie. Perché un territorio che legge è un territorio che pensa. E un territorio che pensa è un territorio che resta vivo.
Non credete?